Al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco), tenutosi a Chicago nel 2025, sono stati presentati risultati significativi riguardanti il trattamento del tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva. L’aggiunta di un anno di trattamento con durvalumab, un immunoterapico prodotto da AstraZeneca, alla consueta terapia di induzione e mantenimento con Bacillus Calmette-Guérin (Bcg) ha mostrato di aumentare la sopravvivenza a cinque anni, raggiungendo quasi il 90% (87,6%) dei pazienti. Questo studio di fase 3, denominato Potomac, segna un progresso importante per una categoria di pazienti che da oltre un decennio non aveva visto miglioramenti significativi nei propri trattamenti.
Importanza delle nuove evidenze
L’importanza di queste nuove evidenze è stata sottolineata da Patrizia Giannatempo, dirigente medico della Struttura dipartimentale di Oncologia medica genitourinaria presso la Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano. Giannatempo ha evidenziato come l’attuale standard di cura preveda la resezione transuretrale del tumore (Turbt) seguita dall’instillazione di Bcg nella vescica. Tuttavia, molti pazienti continuano a presentare recidive e progressioni della malattia, talvolta necessitando di interventi invasivi come la cistectomia, che comporta la rimozione della vescica. Tale situazione ha reso urgente la ricerca di nuove opzioni terapeutiche.
Obiettivi nel trattamento della malattia
Nel contesto della malattia non muscolo-invasiva ad alto rischio, l’obiettivo primario è quello di evitare interventi chirurgici invasivi, che possono compromettere la qualità della vita dei pazienti. L’aggiunta di durvalumab per un anno ha dimostrato di migliorare significativamente i tassi di sopravvivenza a cinque anni. Lo studio Potomac ha utilizzato tre questionari per misurare la qualità di vita dei partecipanti: Pro, Qlq-C30 e Qlq-Nmibc24. Il questionario Qlq-C30 ha analizzato la funzionalità fisica e i sintomi psicologici correlati al tumore. Sebbene sia stato registrato un lieve aumento della fatigue tra i pazienti, l’impatto complessivo sui risultati riportati dai pazienti è stato limitato e paragonabile a quello del solo trattamento con Bcg.
Valutazione dei sintomi e della qualità di vita
Il questionario Qlq-Nmibc24, specifico per il tumore della vescica non muscolo-invasivo, ha consentito di valutare non solo i sintomi urinari e gli effetti dei trattamenti intravescicali, ma anche le preoccupazioni legate alla malattia e al futuro. La moderata intensificazione della fatica è stata attesa con un trattamento immunoterapico prolungato, ma l’effetto globale sui risultati riportati dai pazienti è rimasto contenuto. Questo aspetto è cruciale in una patologia che richiede trattamenti prolungati, dove è fondamentale mantenere sia il controllo della malattia che la funzionalità vescicale.
Risultati e analisi degli studi
Le evidenze presentate all’Asco si sommano ai dati già esposti nel 2025 al congresso della European Society for Medical Oncology (Esmo) e pubblicati su The Lancet, dove il regime con durvalumab ha dimostrato di ridurre del 32% il rischio di recidive o di morte in assenza di recidive rispetto al solo trattamento con Bcg. Un’analisi esplorativa dello studio Potomac, presentata di recente al congresso dell’American Urological Association (Aua), ha rivelato che nel primo anno di trattamento, il numero di eventi ad alto rischio e recidive non sensibili a Bcg nel gruppo trattato con durvalumab e Bcg era quasi la metà rispetto al solo Bcg, migliorando così il tempo prima di un intervento chirurgico di cistectomia.
Prospettive future e prevenzione
Secondo Rossana Berardi, presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche, nel 2025 si stimano circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica in Italia. Circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, individuate in fase iniziale, dove le nuove terapie possono aumentare le possibilità di guarigione e migliorare la qualità di vita. Berardi sottolinea l’importanza di un approccio multidisciplinare che coinvolga oncologi, urologi, radiologi e anatomo-patologi per garantire il miglior percorso di cura.
Consapevolezza e diagnosi tempestiva
Infine, Berardi mette in evidenza l’importanza della prevenzione, poiché circa la metà dei casi è legata al fumo di sigaretta, che aumenta il rischio di sviluppare la malattia. In particolare, il tabagismo è in crescita tra la popolazione femminile, portando a un aumento delle diagnosi di tumore della vescica. Sebbene la malattia sia più comune negli uomini, le donne possono affrontare un rischio maggiore di diagnosi tardiva, poiché i sintomi come l’ematuria vengono spesso attribuiti ad altre condizioni. È quindi essenziale promuovere una maggiore consapevolezza e una diagnosi tempestiva, anche in un’ottica di medicina di genere. Circa il 10% dei casi è associato all’esposizione professionale a sostanze chimiche, rendendo necessarie misure di monitoraggio per le categorie professionali più a rischio.
