Nel novembre 2025, il mondo torna a fare i conti con il virus Ebola, un patogeno che ha fatto la sua comparsa in Uganda nel 2007, in seguito a un focolaio di febbre emorragica che ha colpito il distretto di Bundibugyo. Questo virus, identificato per la prima volta da un team di scienziati statunitensi e ugandesi, ha riacquistato attenzione a causa di una nuova epidemia che ha colpito la Repubblica Democratica del Congo, con casi segnalati anche in Uganda.
La scoperta del virus
Il 21 novembre 2008, un gruppo di esperti del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta, insieme all’Uganda Virus Research Institute e al ministero della Salute ugandese, pubblicò un articolo su ‘PLoS Pathogens’ in cui annunciava di aver identificato un nuovo ceppo del virus Ebola. Questo patogeno era emerso durante un focolaio nel novembre 2007, che aveva causato circa 40 morti nei comuni di Bundibugyo e Kikyo. I ricercatori avevano esaminato 29 campioni di sangue prelevati da pazienti sospetti, inviando i campioni per analisi ai CDC.
La situazione si complicò quando, inizialmente, otto campioni risultarono positivi a un test reattivo per ebolavirus, ma negativi ad altri test più specifici. Gli scienziati, nonostante le difficoltà iniziali, decisero di approfondire l’analisi genetica del virus. Utilizzando un approccio innovativo, riuscirono a sequenziare oltre il 70% del genoma virale in meno di dieci giorni, portando così alla scoperta di una nuova specie di virus Ebola, successivamente denominata Bundibugyo ebolavirus.
Le polemiche legate al nome
Il nome Bundibugyo ha sollevato polemiche tra la popolazione ugandese, che teme che l’associazione geografica del virus possa portare a uno stigma nei confronti della regione. Nel maggio 2026, quando il virus è tornato a far parlare di sé a causa di un’epidemia in corso nella Repubblica Democratica del Congo, molti cittadini hanno espresso il desiderio di dissociarsi da un patogeno che ha portato morte e sofferenza.
Alan Kasujja, direttore esecutivo dell’Uganda Media Centre, ha commentato su X: “Bundibugyo è troppo bello per essere il nome di una malattia. Dobbiamo riprenderci il suo nome da questa follia”. Anche Ron Kazooba Kawamara, CEO di un gruppo di investimento a Kampala, ha sottolineato come la ricerca di Bundibugyo su internet porti a risultati legati al virus piuttosto che alle bellezze naturali della regione, come il Parco nazionale di Tooro Semliki o le cime del Rwenzori.
Il timore per lo stigma è reale, e la comunità ugandese si ricorda delle linee guida pubblicate dall’OMS nel 2015, che suggerivano di evitare nomi geografici per le nuove malattie, al fine di minimizzare gli effetti negativi su nazioni e popolazioni. Tuttavia, il nome Bundibugyo rimane, creando tensioni tra la necessità di identificare il virus e il desiderio di proteggere l’immagine della propria terra.
La storia del virus
Dalla sua scoperta nel novembre 2007, il Bundibugyo ha avuto una presenza sporadica, riemergendo solo nel 2012. Secondo Emma Thompson, professoressa di Malattie infettive all’Università di Glasgow, l’epidemia del 2007-2008 ha registrato 131 casi e 42 decessi, con un tasso di mortalità compreso tra il 34% e il 40%. Il secondo focolaio si è verificato nel 2012 a Isiro, nella Repubblica Democratica del Congo, con 38 casi confermati e 13 decessi.
Sebbene i tassi di mortalità siano inferiori rispetto ad altre epidemie di Ebola, la malattia causata dal virus Bundibugyo è comunque seria e non va sottovalutata. La comunità scientifica continua a monitorare la situazione, mentre la popolazione ugandese spera che il virus non torni a colpire, desiderando che la bellezza di Bundibugyo venga ricordata per le sue risorse naturali e non per le epidemie.
