Martina Marchiò si trova in prima linea nella lotta contro l’epidemia di Ebola, che continua a colpire duramente la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda. La coordinatrice medica di Medici Senza Frontiere (Msf), attualmente impegnata nella provincia di Ituri, ha condiviso con l’Adnkronos Salute la sua esperienza e le sfide che affronta quotidianamente. “Quando una famiglia osserva che un paziente riceve cure dignitose e che gli operatori sanitari sono disponibili ad ascoltare le loro domande, la fiducia nella sanità aumenta. Tuttavia, se la comunità percepisce l’arrivo di squadre esterne solo per portare via i malati o gestire i funerali, senza alcuna spiegazione, la paura cresce. Pertanto, il coinvolgimento della comunità non è un aspetto secondario, ma una componente fondamentale della risposta sanitaria”.
La situazione attuale dell’epidemia di ebola
Il virus Ebola continua a diffondersi, con oltre 2.600 decessi e più di 5.500 casi registrati in Africa centrale. A centodieci giorni dalla dichiarazione dell’emergenza da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha sottolineato che l’epidemia non è ancora sotto controllo e rappresenta un rischio internazionale persistente. Medici Senza Frontiere ha messo in evidenza come le comunità locali non stiano ricevendo il supporto necessario per affrontare la malattia. Marchiò ha descritto la situazione a Bambu, una delle aree più colpite della provincia di Ituri, evidenziando le difficoltà legate alla guerra, agli spostamenti forzati della popolazione e alla fragilità dei sistemi sanitari esistenti.
Le sfide nella risposta all’epidemia
Martina Marchiò ha spiegato che la situazione in prima linea è complessa. “Non stiamo solo affrontando un’epidemia, ma anche un contesto di conflitto e di mobilità continua della popolazione”, ha affermato. Le difficoltà principali includono l’identificazione rapida dei casi e il tracciamento dei contatti, complicati da strade impervie e insicurezza. La mancanza di risorse adeguate, come personale, mezzi di trasporto e dispositivi di protezione, rende ancora più difficile la risposta. “Quando uno di questi elementi viene meno, l’intera risposta si indebolisce”, ha aggiunto. Un ulteriore problema è rappresentato dal fatto che molte persone cercano cure in ritardo o non riescono a raggiungere i centri sanitari, contribuendo così alla trasmissione invisibile del virus.
Coinvolgimento della comunità e prevenzione
L’Oms ha evidenziato la preoccupazione per le morti avvenute in casa, lontano dai centri di cura. Marchiò ha sottolineato l’importanza di portare la risposta sanitaria il più vicino possibile alle comunità. “Rafforzare la sorveglianza locale e ascoltare le segnalazioni dei villaggi è cruciale”, ha affermato. Identificare rapidamente i sintomi e garantire funerali dignitosi sono passi fondamentali per prevenire la diffusione del virus. La fiducia delle comunità deve essere guadagnata attraverso la presenza di operatori locali e leader di fiducia. “La costruzione della fiducia non può avvenire tramite messaggi dall’alto, ma deve nascere da persone che la comunità conosce”, ha spiegato Marchiò.
Necessità e supporto internazionale
Nei villaggi colpiti dall’epidemia, Marchiò ha segnalato la necessità di accesso alle cure, diagnosi tempestive e risorse fondamentali come acqua e mezzi di trasporto. “È importante anche fornire supporto alimentare e garantire la continuità dei servizi sanitari”, ha affermato. La comunità internazionale deve impegnarsi a garantire risorse stabili e investimenti nei sistemi sanitari locali, evitando che la risposta arrivi troppo tardi. “La ricerca sul virus Bundibugyo è essenziale per affrontare l’epidemia in modo efficace”, ha concluso.
Stigma e conseguenze sociali
Marchiò ha affrontato anche il tema dello stigma associato all’Ebola, che può portare a isolamento e rifiuto da parte della comunità per chi è stato in contatto con un malato. “Questa paura può avere gravi conseguenze sanitarie, poiché le persone possono nascondere i sintomi o evitare di cercare aiuto”, ha spiegato. La lotta contro Ebola non si limita ai centri di trattamento, ma richiede una collaborazione attiva delle comunità. “È fondamentale che le persone si sentano sicure nel chiedere aiuto e che la guarigione non diventi motivo di discriminazione”, ha concluso Marchiò.
