Il 28 luglio 2026, in occasione della Giornata Mondiale contro le epatiti, il professor Francesco Di Gennaro, specialista in Malattie infettive e tropicali presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, ha messo in evidenza l’importanza della collaborazione tra istituzioni, terzo settore e mondo accademico nella lotta contro le epatiti virali. Queste patologie, che colpiscono circa 280 milioni di persone nel mondo, rappresentano una delle principali cause di mortalità, con quasi un milione e mezzo di decessi ogni anno, molti dei quali potrebbero essere prevenuti grazie alle terapie disponibili.
La gravità delle epatiti virali
Le epatiti virali, causate da diversi virus tra cui l’epatite B, C e D, si caratterizzano per la loro complessità e per il rischio di sviluppare forme cancerogene. Secondo il professor Di Gennaro, la situazione è particolarmente preoccupante nei contesti a basse risorse, dove il burden di malattia rimane elevato. Tuttavia, il professore ha sottolineato che oggi esistono strumenti di prevenzione e cura efficaci. Per l’epatite B, è disponibile un vaccino sicuro e per l’epatite C, trattamenti che possono eradicare l’infezione nel 99% dei casi. Inoltre, anche per l’epatite D sono state sviluppate terapie efficaci, capaci di proteggere i pazienti e ridurre il rischio di progressione della malattia.
Le sfide per le popolazioni vulnerabili
Di Gennaro ha evidenziato che le popolazioni vulnerabili, in particolare migranti e rifugiati, affrontano sfide significative nell’accesso ai servizi sanitari. Le barriere linguistiche, l’assenza di segnaletica multilingue negli ospedali e la mancanza di familiarità con il sistema sanitario locale rendono difficile per queste persone ricevere diagnosi e cure adeguate. La vulnerabilità economica e sociale complica ulteriormente la situazione, poiché la priorità per molti è la sopravvivenza quotidiana. Pertanto, il Sistema sanitario è chiamato a garantire percorsi di prevenzione e cura accessibili e ottimizzati per queste comunità, un compito che diverse Regioni stanno già affrontando in collaborazione con il Ministero della Salute.
Le buone pratiche a Bari
A Bari, il professor Di Gennaro ha sottolineato i riconoscimenti ricevuti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per le buone pratiche implementate nella formazione dei medici e nella gestione delle malattie infettive. La Scuola di Specializzazione ha integrato nel proprio curriculum il tema della salute e migrazione, preparando i futuri medici a gestire le esigenze specifiche dei migranti e rifugiati. Inoltre, è stato sviluppato un percorso di screening e presa in carico delle malattie infettive, incluso quello delle epatiti virali, che è stato considerato un modello replicabile in contesti internazionali.
Collaborazione tra istituzioni e comunità
Un progetto significativo in corso a Bari è frutto della collaborazione tra la Regione Puglia, l’ONG Medici con l’Africa Cuamm, l’Università e il Policlinico. Questa sinergia permette di coordinare le attività e sviluppare ricerche per migliorare gli interventi sanitari. Il coinvolgimento attivo delle comunità è essenziale: senza la partecipazione delle persone interessate, è difficile raggiungere risultati concreti. È necessario promuovere una cultura del diritto alla salute e abbattere le barriere che ostacolano l’accesso ai servizi, come quelle linguistiche e amministrative.
Il professor Di Gennaro conclude affermando che una diagnosi dovrebbe essere vista come un’opportunità per ricevere cure, piuttosto che come un ostacolo. L’esperienza accumulata fino ad oggi dimostra che il coinvolgimento diretto delle comunità è fondamentale per migliorare l’accesso ai servizi e garantire il diritto alla salute per migranti e rifugiati.
