Il 18 marzo 2026, Giovanni Di Perri, professore ordinario di Malattie infettive presso l’Università di Torino e direttore della Clinica di Malattie infettive, ha condiviso importanti osservazioni sui farmaci a lunga durata d’azione durante la Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections (Croi 2026), tenutasi a Denver. Di Perri ha evidenziato come la somministrazione di farmaci ogni sei mesi rappresenti un significativo passo avanti nella gestione delle infezioni virali, contribuendo a ottimizzare l’uso delle risorse pubbliche.
Il cambiamento nel trattamento delle infezioni virali
Nel suo intervento, Di Perri ha sottolineato l’importanza delle formulazioni long acting, che permettono ai pazienti di ricevere un’iniezione che mantiene il farmaco a livelli adeguati per un periodo prolungato. Questo approccio riduce la necessità di un’assunzione quotidiana, facilitando la vita dei pazienti e migliorando la loro aderenza al trattamento. “Iniettare un farmaco con proprietà che lo fanno permanere a lungo a livelli adeguati per sopprimere la replicazione virale toglie di fatto quel rituale giornaliero”, ha affermato Di Perri. La possibilità di vedere i pazienti solo 1 o 2 volte l’anno diminuisce il rischio che la gestione della malattia diventi un peso e rappresenta un modo efficace di investire il denaro pubblico, garantendo che i pazienti siano seguiti in modo adeguato.
I risultati degli studi di fase 1
Durante il congresso, sono stati presentati i risultati preliminari di due candidati farmaceutici in fase 1, progettati per un’iniezione ogni sei mesi: VH-184 e VH-499. Il primo, un inibitore dell’integrasi di terza generazione, ha mostrato risultati promettenti. Lo studio ha coinvolto adulti senza HIV e ha testato sia somministrazioni sottocutanee che intramuscolari. Entrambe le formulazioni hanno dimostrato proprietà long acting, con una in particolare che ha mantenuto livelli stabili di farmaco fino a sette mesi. Di Perri ha evidenziato la tollerabilità favorevole e il potenziale clinico del VH-184, che potrebbe superare le resistenze accumulate verso i farmaci più vecchi della stessa classe.
Le prospettive future per VH-499
VH-499, l’altro candidato in fase 1, ha mostrato risultati simili, con somministrazioni intramuscolari e sottocutanee che hanno mantenuto livelli stabili di farmaco per periodi prolungati. Di Perri ha messo in guardia, però, sull’importanza di proseguire con studi clinici per confermare questi risultati iniziali. “Siamo in fase 1 – ha dichiarato – ci vorranno degli anni. Se l’opzione di sei mesi si realizza, il numero di pazienti disposti a considerare questa soluzione aumenterà notevolmente”. L’idea di una coesistenza tra terapie orali e iniettabili semestrali potrebbe rappresentare un passo avanti significativo nella personalizzazione delle cure per i pazienti, tenendo conto delle diverse preferenze e necessità.
Le ricerche in corso promettono di rivoluzionare il panorama del trattamento delle infezioni virali, offrendo nuove speranze per una gestione più efficace e meno gravosa per i pazienti.
