Il dolore cronico ha una connotazione femminile: ecco perché colpisce di più le donne

La ricerca della Michigan State University rivela che le differenze biologiche influenzano il dolore cronico, con le donne che sperimentano una maggiore persistenza rispetto agli uomini.

Alcune cellule immunitarie, regolate da ormoni, giocano un ruolo cruciale nel dolore cronico, che si manifesta in modo più intenso nelle donne rispetto agli uomini. Questa scoperta, frutto di un’indagine condotta dai ricercatori della Michigan State University (Msu), è stata pubblicata sulla rivista ‘Science Immunology’ il 21 febbraio 2026. La ricerca suggerisce che le differenze biologiche legate ai livelli di testosterone possano influenzare l’attività delle cellule immunitarie, contribuendo così a una maggiore durata del dolore nelle donne.

Il dolore cronico e il fattore rosa

Uno studio recente ha messo in evidenza un dato significativo: il dolore cronico tende a persistere più a lungo nelle donne rispetto agli uomini. Questo fenomeno non è attribuibile a fattori psicologici o a una presunta debolezza, ma ha radici biologiche. I ricercatori della Msu hanno scoperto che un particolare tipo di cellule immunitarie, i monociti, gioca un ruolo fondamentale nella modulazione del dolore. Queste cellule, influenzate dagli ormoni sessuali, sono più attive negli uomini, i quali presentano livelli maggiori di testosterone. Di conseguenza, le donne tendono a sperimentare un recupero più lento e un dolore più persistente.

Il professor Geoffroy Laumet e il suo team hanno condotto esperimenti sia su modelli murini che su pazienti umani, riscontrando che i monociti maschili rilasciano una molecola in grado di inibire il dolore in modo più efficiente. Questo studio, finanziato dai National Institutes of Health (Nih) e dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, apre la strada a nuove possibilità terapeutiche. Le cellule immunitarie potrebbero essere manipolate per aumentare la produzione di segnali che alleviano il dolore, portando a trattamenti non oppioidi per le donne che soffrono di dolore cronico.

Il meccanismo del dolore e le sue implicazioni

Il dolore si origina quando i neuroni vengono attivati da stimoli, ma nel caso di chi soffre di dolore cronico, anche stimoli lievi possono scatenare una reazione. Per misurare l’intensità del dolore, i medici si affidano alla valutazione soggettiva dei pazienti, che varia da persona a persona. Questo porta a una disparità nella percezione del dolore tra uomini e donne, con le donne che spesso segnalano un dolore più intenso e duraturo.

Laumet ha dedicato sei anni della sua carriera alla ricerca sul dolore e ha osservato che i livelli di interleuchina-10 (IL-10), una sostanza che segnala ai neuroni di bloccare il dolore, sono più elevati negli uomini. Questa scoperta ha rappresentato un punto di svolta nella ricerca, portando a una comprensione più profonda del legame tra il sistema immunitario e la percezione del dolore.

Nuove prospettive per la ricerca sul dolore cronico

Il laboratorio di Laumet ha utilizzato tecniche avanzate per analizzare come i monociti comunichino con i neuroni responsabili della percezione del dolore. I risultati hanno confermato che i monociti produttori di IL-10 sono significativamente più attivi negli uomini. Quando gli ormoni sessuali maschili venivano bloccati, si osservava un’inattività delle cellule, evidenziando l’importanza di questi ormoni nella modulazione del dolore.

La ricerca ha coinvolto anche Sarah Linnsteadt dell’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, la quale ha confermato risultati simili nel suo studio sulle conseguenze psicologiche di incidenti stradali. Questa sinergia di studi suggerisce un modello coerente nel quale le differenze biologiche influenzano la risposta al dolore.

Le implicazioni di queste scoperte sono significative. Spostando l’attenzione dal come il dolore si manifesti al perché persista, i ricercatori possono ora concentrarsi su come sviluppare trattamenti mirati a incrementare la produzione di IL-10. Questi approcci potrebbero non solo alleviare il dolore, ma anche prevenire la sua insorgenza, rappresentando un passo importante verso una nuova era di terapie non oppioidi per il dolore cronico.

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