Interventi sull’aorta: due studi indicano un aumento del rischio di mortalità per i pazienti

Nuove ricerche italiane propongono una valutazione pre-operatoria più completa per la stenosi aortica, integrando autonomia e stato nutrizionale per migliorare gli esiti della TAVR.

Sono circa 280.000 le persone in Italia affette da stenosi aortica, una patologia che compromette il corretto funzionamento della valvola aortica, ostacolando il flusso sanguigno dal cuore al resto dell’organismo. Ogni anno, nel nostro Paese, vengono effettuati oltre 12.000 interventi microinvasivi di sostituzione della valvola, ma il 15% dei pazienti non riesce a sopravvivere oltre un anno dall’operazione. Fino ad oggi, le scelte terapeutiche relative agli interventi erano basate principalmente su due fattori: l’età e il numero di patologie presenti. Tuttavia, due recenti studi italiani pubblicati su JACC Cardiovascular Interventions e European Journal of Preventive Cardiology evidenziano l’importanza di considerare anche l’autonomia, lo stato nutrizionale e le performance fisiche dei pazienti per valutare il rischio.

La valutazione pre-operatoria attuale

Niccolò Marchionni, professor emerito di Medicina Interna all’Università di Firenze e co-autore degli studi, sottolinea che la valutazione clinica attuale per il TAVR (sostituzione transcatetere della valvola aortica) si basa su una scala di punteggio obsoleta, sviluppata decenni fa per la chirurgia cardiaca tradizionale, rivolta a popolazioni più giovani e meno fragili. Questa scala calcola il rischio di mortalità entro 30 giorni dall’intervento. Marchionni afferma che le evidenze emergenti suggeriscono che la fragilità e la compromissione funzionale globale siano fattori determinanti per gli esiti clinici, rendendo necessaria la loro integrazione nella valutazione del rischio.

Per questo motivo, i ricercatori hanno analizzato 562 pazienti, con un’età media di 83 anni, sottoponendoli a una valutazione geriatrica multidimensionale. Questa valutazione ha permesso di quantificare la fragilità, l’autonomia nelle attività quotidiane, lo stato nutrizionale, la funzione cognitiva e la presenza di più patologie, fornendo un quadro completo per la valutazione del rischio di peggioramento e mortalità a un anno dall’intervento.

Fattori predittivi di esiti sfavorevoli

Marchionni evidenzia che il nuovo strumento di valutazione è in grado di identificare con alta precisione il 15% dei pazienti che non sopravvivono almeno un anno dopo l’intervento o che diventano disabili nello stesso periodo. Dall’analisi sono emersi quattro fattori chiave che predicono esiti sfavorevoli: il punteggio nutrizionale, il numero di attività quotidiane mantenute, la funzionalità renale e la pressione arteriosa polmonare sistolica, misurata tramite ecocardiogramma. Combinando questi parametri, è possibile ottenere un punteggio numerico calcolabile in pochi minuti, utilizzando dati già disponibili nella routine pre-operatoria.

Questo approccio rappresenta un significativo avanzamento nella capacità di prevedere chi non beneficerà dalla TAVR. Marchionni sottolinea che è possibile riconoscere in anticipo i casi in cui l’intervento risulterebbe futile, evitando procedure costose e invasive senza reale beneficio per il paziente. Questo non solo riduce i rischi inutili per gli anziani, ma libera anche risorse per chi può realmente trarne vantaggio.

Nuove prospettive per pazienti ad alto rischio

Il lavoro dei ricercatori offre anche una nuova prospettiva per i pazienti ad alto rischio. Marchionni suggerisce che in futuro, coloro che presentano condizioni sfavorevoli potrebbero essere indirizzati a programmi di pre-abilitazione mirati a correggere i fattori modificabili più critici, come la malnutrizione e la debolezza muscolare. Questo approccio mira a ridurre il rischio che la TAVR risulti inefficace.

Il secondo studio, pubblicato sull’European Journal of Preventive Cardiology, esamina anche gli anziani con amiloidosi cardiaca e scompenso cardiaco cronico. Carlo Fumagalli, ricercatore in Fisiopatologia dell’invecchiamento presso l’Università Vanvitelli di Napoli e co-autore degli studi, ha analizzato 956 pazienti e ha identificato cinque diverse categorie di vulnerabilità, combinando disabilità funzionale, rischio di malnutrizione e performance fisica. I risultati mostrano che i pazienti senza vulnerabilità presentano una sopravvivenza a due anni del 92,3%, mentre quelli più vulnerabili sopravvivono solo nel 60% dei casi.

Fumagalli sottolinea che le decisioni terapeutiche, ancora oggi, sono spesso basate su criteri schematizzati come l’età o il numero di patologie. I risultati dei loro studi evidenziano l’importanza di comprendere le specifiche condizioni di ciascun paziente, come autonomia, nutrizione e forza, per migliorare le scelte terapeutiche. Questo approccio permette di superare una visione standardizzata dell’anziano cardiopatico, consentendo una calibrazione più precisa delle terapie e degli obiettivi di cura.

Verso una medicina di precisione

Marchionni e Fumagalli concludono affermando che la vera medicina di precisione non si basa solamente su tecnologie avanzate, ma richiede un’attenzione più personalizzata nei confronti della persona, in particolare quando si tratta di pazienti anziani e fragili. La collaborazione tra cardiologi e geriatri, come dimostrato in questo studio multicentrico, rappresenta un passo fondamentale per offrire cure più adeguate e umane.

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