La medicina bio-rigenerativa del futuro: intelligenza artificiale e terapie su misura per la longevità

Il Primo Congresso Internazionale di Medicina Bio-Rigenerativa esplora intelligenza artificiale, medicina della longevità e terapie personalizzate per migliorare diagnosi e trattamenti.

ROMA – Si svolge oggi e domani, presso il Complesso Monumentale del Santo Spirito, il Primo Congresso Internazionale di Medicina Bio-Rigenerativa, un evento organizzato dalla BIORI – Accademia Italiana di Medicina e Chirurgia Biorigenerativa. Questa manifestazione si propone di esplorare le nuove frontiere della sanità, con focus su intelligenza artificiale applicata alla genomica, medicina della longevità e terapia del dolore cronico. Al centro del dibattito, il potenziale delle tecnologie innovative e della medicina di precisione nel migliorare diagnosi, prevenzione e trattamenti, attraverso un’analisi approfondita dei dati genetici, metabolici e neurobiologici. La testata Dire ha avuto l’opportunità di intervistare tre relatori di spicco: la dott.ssa Sophia Balestrucci, Data Scientist e Cloud Computing Specialist di MyGenetix, la dott.ssa Elena Guidotti, biologa molecolare esperta in Nutrizione Clinica e Metabolismo, e il professor Riccardo Rinaldi, specialista in Medicina del Dolore. Le loro dichiarazioni rivelano un’evoluzione della medicina, sempre più orientata verso percorsi terapeutici personalizzati, dove l’innovazione tecnologica non sostituisce il medico, ma ne amplifica le capacità decisionali.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella genomica

La dott.ssa Sophia Balestrucci ha evidenziato come la capacità di sequenziare il genoma umano sia notevolmente aumentata, grazie all’intervento dell’intelligenza artificiale. “Oggi sequenziare il genoma umano è diventato velocissimo”, ha dichiarato, sottolineando come l’AI abbia rivoluzionato il modo di analizzare i dati genetici. “L’AI ha abbattuto questo muro. Agisce come un ‘super-investigatore’ capace di setacciare miliardi di dati genetici in pochi minuti, trovando l’ago nel pagliaio: la singola mutazione che causa una malattia”.

La Balestrucci ha spiegato che l’AI non si limita a fornire un report bioinformatico, ma lo trasforma in un documento comprensibile sia per i medici che per i pazienti. “Il report non è più un elenco sterile di codici”, ha affermato, “ma viene tradotto in due linguaggi: uno tecnico per i medici, completo di terapie personalizzate, e uno semplice per i pazienti”. Inoltre, l’AI si aggiorna costantemente con le ultime scoperte scientifiche, mantenendo le informazioni sempre attuali.

Un aspetto cruciale emerso dall’intervista riguarda il timore che l’AI possa sostituire il medico. La Balestrucci ha rassicurato: “Assolutamente no. La regola d’oro nella medicina genomica è ‘Human-in-the-loop’. L’AI fa il lavoro pesante di analisi e propone una bozza, ma la validazione finale spetta sempre al medico genetista”. Questo approccio consente di liberare tempo prezioso per la cura del paziente.

Medicina della longevità e personalizzazione dei trattamenti

La dott.ssa Elena Guidotti ha messo in evidenza l’importanza di un approccio personalizzato nella medicina della longevità. “La longevità non può più basarsi su approcci standardizzati”, ha affermato, “ma richiede una lettura sempre più personalizzata dei processi biologici individuali”. Grazie a test genetici avanzati come myGenetiX XDNA Pro, è possibile identificare predisposizioni legate a stress ossidativo, infiammazione e metabolismo, fornendo una base scientifica per strategie di prevenzione e ottimizzazione della salute.

La Guidotti ha sottolineato che il valore dei dati emerge solo attraverso un’interpretazione clinica e funzionale, che integra genetica, metabolomica e nutrizione. “Il test myGenetiX XDNA Pro ci permette di partire da una mappa genetica della persona”, ha spiegato, “ma il test da solo non basta. Il valore nasce dall’interpretazione”. Questo processo consente di costruire strategie personalizzate per migliorare la salute e la longevità.

Un tema centrale del suo intervento è stato il ruolo del fegato nel mantenimento della salute. “Il fegato è una centrale metabolica”, ha affermato, “e dobbiamo capire se è realmente sostenuto nei suoi processi biochimici”. L’approccio proposto dalla Guidotti non si limita a una semplice dieta, ma si concentra sulla persona e sulle sue specifiche esigenze metaboliche.

Nuove frontiere nella terapia del dolore cronico

Il professor Riccardo Rinaldi ha discusso dell’evoluzione della medicina del dolore cronico, sottolineando che oggi non si può più considerare il dolore solo come una conseguenza di una lesione periferica. “Il dolore cronico è una complessa alterazione del sistema nervoso che coinvolge neuroplasticità, genetica e processi infiammatori”, ha dichiarato. Grazie alla farmacogenetica e alle nuove strategie biorigenerative, è possibile sviluppare terapie personalizzate che affrontano i meccanismi biologici alla base della cronicizzazione del dolore.

Rinaldi ha spiegato che il dolore cronico colpisce circa il 20% della popolazione mondiale e che la neuroplasticità maladattativa gioca un ruolo cruciale. “Il sistema nervoso, sottoposto a uno stimolo doloroso continuo, subisce una ristrutturazione profonda”, ha affermato, “amplificando il segnale attraverso la sensibilizzazione periferica e centrale”. Ignorare questo fenomeno significa affrontare il problema con una visione obsoleta.

Il professor Rinaldi ha anche evidenziato l’importanza della farmacogenetica nel trattamento del dolore. “Ogni individuo ha una risposta al dolore unica, scritta nel proprio codice genetico”, ha spiegato. Mappare i polimorfismi genetici consente di evitare tentativi terapeutici fallimentari e di scegliere il farmaco giusto al dosaggio corretto, migliorando così l’efficacia dei trattamenti.

Infine, ha sottolineato che la neuroinfiammazione è un fattore chiave nel mantenimento della sensibilizzazione centrale. “Il glutatione ridotto fermentato rappresenta un’arma efficace rispetto ai comuni antinfiammatori”, ha affermato, “perché agisce a monte, inibendo il fattore NF-kB e riducendo la produzione di citochine infiammatorie”. Questo approccio offre nuove prospettive nella gestione del dolore cronico, mirando non solo ad alleviare i sintomi, ma anche a ripristinare l’equilibrio biochimico dell’organismo.

Condivi su: