Il recente studio pubblicato il 28 agosto 2026 sulla rivista Plos One ha rivelato importanti scoperte sul comportamento alimentare dei cebi barbuti (Sapajus libidinosus), una specie di scimmia sudamericana nota per l’uso di strumenti litici. Questa ricerca, condotta da un team internazionale di esperti, tra cui Elisabetta Visalberghi dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-ISTC), ha fornito il più ampio record sul consumo di carne di questi primati, offrendo spunti significativi per comprendere l’evoluzione umana.
Il consumo di carne nei cebi barbuti
La ricerca, che ha avuto luogo a Fazenda Boa Vista, nel nord-est del Brasile, si è basata su 45 mesi di osservazioni di due gruppi di cebi barbuti. Gli scienziati hanno registrato oltre 5.000 ore di osservazione, documentando 446 eventi di consumo di vertebrati, il che corrisponde a una media di 6,34 eventi di predazione ogni 100 ore. Le prede principali consistono in rettili, come lucertole, serpenti e iguane, oltre a mammiferi e occasionalmente uccelli, pipistrelli e opossum. Questo studio evidenzia come il consumo di vertebrati non sia un comportamento sporadico, ma una parte integrante della dieta di questi primati.
Visalberghi ha sottolineato che i maschi e gli adulti mostrano una maggiore frequenza nella predazione rispetto alle femmine e ai giovani. Inoltre, è stato osservato che in periodi di scarsità di frutti e insetti, il consumo di piccoli vertebrati aumenta notevolmente. Questo suggerisce che tali prede rappresentano un’importante fonte di energia per i cebi barbuti, piuttosto che un semplice diversivo alimentare.
Implicazioni per l’evoluzione umana
Le scoperte presentate nel documento forniscono un modello comparativo utile per riflettere sul ruolo del consumo di carne nell’evoluzione umana. La nota di ricerca evidenzia che il modo in cui i cebi consumano le prede è significativo: cervello e visceri vengono ingeriti prima di altre parti, in quanto ricchi di nutrienti e facili da masticare. Questo comportamento potrebbe aver conferito un vantaggio energetico, specialmente quando la preda viene condivisa tra i membri del gruppo.
Spagnoletti, co-leader dello studio, ha aggiunto che l’analisi di come i cebi integrano i piccoli vertebrati nella loro dieta offre spunti preziosi per comprendere le tappe evolutive della predazione umana. Prima dell’emergere del cosiddetto “human predatory pattern“, caratterizzato dallo sfruttamento regolare di prede di dimensioni maggiori, i piccoli vertebrati potrebbero aver rappresentato una risorsa nutriente fondamentale per i nostri antenati, soprattutto in periodi di carenza alimentare.
Collaborazione internazionale e importanza della ricerca sul campo
Il progetto di ricerca ha visto la partecipazione di diverse istituzioni accademiche e di ricerca, tra cui la Sapienza Università di Roma, il CNR, il Gorongosa National Park in Mozambico e varie università in Brasile e Portogallo, oltre all’University of Oxford nel Regno Unito e alla Pontificia Universidad Católica de Chile. Questo sforzo collaborativo sottolinea l’importanza delle ricerche sul campo di lungo periodo, necessarie per capire le strategie alimentari di primati longevi e con comportamenti altamente adattabili.
La ricerca condotta da Spagnoletti, iniziata durante il suo dottorato, è stata supportata da una borsa di studio per attività di perfezionamento all’estero, evidenziando il valore delle iniziative di formazione e collaborazione internazionale nel campo delle scienze primatologiche. L’analisi del comportamento alimentare dei cebi barbuti non solo arricchisce la nostra comprensione della loro ecologia, ma offre anche nuove prospettive per il nostro stesso passato evolutivo.
