Ogni giorno, nei carrelli della spesa degli italiani, si fa strada una categoria di prodotti che minaccia silenziosamente la salute: gli alimenti ultraprocessati (UPF). Questi prodotti, secondo recenti studi, rappresentano in alcuni Paesi occidentali fino al 50-60% dell’apporto calorico quotidiano, mentre in Italia si attestano attorno al 20%, con una tendenza in crescita. Le ricerche più aggiornate suggeriscono un legame tra il consumo di UPF e un aumento della mortalità del 15-20% per tutte le cause, oltre al 12-18% per decessi legati a malattie cardiovascolari. Anche assunzioni modeste, come 100 grammi al giorno, sono correlate a un incremento di ipertensione e malattie cardiache. Ridurre il consumo di questi alimenti del 10% potrebbe portare a una diminuzione del 14% del rischio di diabete di tipo 2. Queste preoccupazioni hanno spinto l’Intergruppo parlamentare Stili di vita e Riduzione del rischio a organizzare, oggi 15 gennaio 2025, un convegno a Roma, presso Palazzo Grazioli, dal titolo “Alimenti ultraprocessati e salute. Dalla classificazione Nova alle politiche pubbliche”, con l’obiettivo di tradurre le evidenze scientifiche in politiche di prevenzione.
Il convegno e le sue finalità
Il convegno si propone di redigere un position paper che orienterà le politiche nazionali nei prossimi anni. Il documento, elaborato attraverso il confronto tra esperti, istituzioni e stakeholder, offrirà raccomandazioni su vari aspetti, tra cui regolamentazione, etichettatura, educazione, ricerca e monitoraggio. Si intende affrontare l’impatto multidimensionale degli UPF su salute, economia, ambiente ed equità sociale. Dopo i saluti della presidente dell’intergruppo, Simona Loizzo, l’agenda prevede interventi di esperti come Duilio Carusi (Osservatorio Benessere e Resilienza), Massimo Ciccozzi (Campus Bio-Medico), Francesco Sofi (Ospedale di Careggi), Marialaura Bonaccio (Neuromed, studio Moli-sani), Alessio Molfino (Università Sapienza) e Giuseppe Novelli (Genetica Medica Tor Vergata). Seguirà una tavola rotonda multidisciplinare con la partecipazione di Fabio Beatrice (Mohre), della parlamentare Eleonora Evi, Stefano De Lillo (Ordine dei Medici Roma), Francesco Luongo (Heated Community Hub), Enrico Prosperi (Società Italiana Educazione Terapeutica), Francesco Pozzi (IULM) e Daniela Galdi (Lifeness).
Urgenza della discussione
Simona Loizzo ha sottolineato l’urgenza di discutere questo tema prima che l’Italia raggiunga i livelli di altri Paesi dove gli UPF dominano la dieta quotidiana. Ha affermato che la prevenzione è più efficace e meno costosa rispetto agli interventi tardivi, evidenziando come le politiche di contenimento siano particolarmente necessarie dove i consumi sono ancora sotto controllo. Gli esperti avvertono che il carico sui sistemi sanitari è destinato a crescere in modo esponenziale, con proiezioni che indicano un incremento della spesa sanitaria del 15-25% entro il 2040, se non verranno attuate politiche preventive efficaci.
La questione dei costi
Johann Rossi Mason, direttrice dell’Osservatorio Mohre, ha spiegato che l’idea di questo convegno è nata da una domanda cruciale: perché i cibi pronti costano meno dei singoli ingredienti nonostante il loro processo industriale? La risposta è che questi alimenti non contengono materie prime di qualità, ma surrogati; la lavorazione riduce i nutrienti essenziali e il sapore, che vengono poi ripristinati con sostanze chimiche per migliorarne l’aspetto e la durata sugli scaffali. Una recente ricerca pubblicata su Nutrition & Metabolism ha evidenziato come anche un aumento del 10% degli UPF nella dieta possa incrementare il rischio di prediabete del 51% e alterare la tolleranza al glucosio del 158%. È fondamentale affiancare l’informazione a politiche sistemiche in grado di limitare la diffusione di questi prodotti e contrastare la creazione di un ambiente “obesogeno”.
Rischi per la salute
Marialaura Bonaccio, ricercatrice presso l’Irccs Neuromed di Pozzilli, ha messo in evidenza come lo studio Moli-sani, condotto su oltre 24.000 partecipanti nella regione Molise, abbia confermato che anche la popolazione mediterranea, tradizionalmente protetta da abitudini alimentari più salutari, corre gli stessi rischi associati al consumo di UPF documentati a livello globale. I dati sono stati ulteriormente avvallati da una recente serie di Lancet, “Ultra Processed Food and Human Health”, presentata a Londra nel novembre 2024. L’esposizione a una dieta caratterizzata da un alto consumo di UPF compromette la qualità alimentare. Nelle famiglie che consumano regolarmente questi prodotti, si osservano riduzioni significative nella quantità di frutta, verdura, cereali integrali, fibre e grassi vegetali. Numerosi studi collegano il consumo di UPF ad almeno 32 malattie croniche.
Classificazione e impatti
Infine, Bonaccio ha chiarito che gli alimenti ultraprocessati, secondo la classificazione Nova, sono formulazioni industriali con cinque o più ingredienti, contenenti sostanze raramente impiegate nella cucina domestica. Questi alimenti non rappresentano solo un problema legato all’eccesso di zuccheri, grassi e sale, ma sono anche una fonte significativa di additivi alimentari, come coloranti e conservanti, il cui scopo principale è migliorare sapore e aspetto, piuttosto che le proprietà nutrizionali. Recenti studi pubblicati su The British Medical Journal e The Lancet hanno documentato associazioni significative con malattie cardiovascolari, tumori e disturbi mentali, incluse depressione e ansia. Gli esperti concludono che l’esperienza internazionale dimostra l’efficacia di interventi regolatori. È tempo che l’Italia sviluppi una strategia sistemica per tutelare la salute dei cittadini, in particolare delle fasce più vulnerabili, preservando al contempo la tradizione alimentare mediterranea e la cucina italiana, recentemente riconosciuta come Patrimonio immateriale dell’umanità dall’UNESCO.
