Pesce crudo e rischio di epatite: l’immunologo spiega le possibili cause

Il ricovero del neuroscienziato Matteo Ascenzi per epatite dopo una cena di sushi solleva interrogativi su contaminazione e pratiche igieniche nella preparazione degli alimenti.

Un episodio clinico ha recentemente colpito l’attenzione dei media: il trentenne neuroscienziato Matteo Ascenzi è stato ricoverato all’INMI Spallanzani di Roma a seguito di un grave caso di epatite. La causa scatenante sembra essere una cena a base di sushi consumata ad Anagni. Mauro Minelli, immunologo e docente di Nutrizione umana presso la LUM, ha fornito un’analisi approfondita della situazione, evidenziando la complessità del caso.

Il caso di Matteo Ascenzi e le implicazioni diagnostiche

Il ricovero di Matteo Ascenzi, avvenuto il 15 febbraio 2026, ha sollevato interrogativi significativi nel campo della medicina. Secondo Minelli, la situazione non si limita alla semplice diagnosi di malattia da sushi, poiché i valori enzimatici riscontrati sono anomali e non sono riconducibili a una parassitosi intestinale. Invece, suggerisce che si tratta di un insulto epatico massivo che richiede un’analisi approfondita su più livelli. Il consumo di pesce crudo è spesso associato a condizioni come l’anisakiasi, ma nel caso di Ascenzi, le evidenze cliniche suggeriscono un quadro più complesso.

Minelli sottolinea che il fegato in sofferenza acuta, dopo l’assunzione di prodotti ittici, porta a considerare virus a trasmissione oro-fecale come l’Epatite A o l’Epatite E. In questo contesto, il pesce non è la fonte del virus, ma piuttosto un veicolo di contaminazione. La responsabilità della contaminazione può risiedere in acque inquinate o in pratiche di preparazione non igieniche. La sfida principale, come evidenziato dall’immunologo, è garantire la salute pubblica attraverso un controllo rigoroso delle pratiche igieniche nella preparazione degli alimenti.

Possibili cause parassitarie: l’anisakis ectopico

Un ulteriore aspetto da considerare è la possibilità di un’infezione parassitaria diretta, sebbene rara. Minelli menziona la forma ectopica dell’anisakis, un parassita che, grazie alla sua capacità di perforare i tessuti, può migrare nel fegato. Questa migrazione non provoca solo una lesione superficiale, ma innesca una risposta infiammatoria granulomatosa. Il sistema immunitario, incapace di eliminare il parassita, crea una barriera di cellule infiammatorie attorno all’anisakis. Se la reazione è particolarmente intensa, possono verificarsi danni significativi che portano a un aumento delle transaminasi nel sangue.

Reazioni allergiche e il ruolo della tropomiosina

Minelli esplora anche un terzo scenario, quello di una reazione immuno-allergica legata alla tropomiosina, un antigene presente nell’anisakis. Questa proteina, condivisa con altri organismi come crostacei e acari della polvere, può scatenare reazioni allergiche in individui già sensibilizzati. Tuttavia, è importante notare che l’allergia non causa un innalzamento delle transaminasi a livelli così elevati come nel caso di un danno epatico. Pertanto, se un paziente sviluppa epatite dopo aver consumato sushi, potrebbe trattarsi di un’infezione virale o di un’invasione fisica del parassita.

La prevenzione attraverso l’analisi dei casi rari

Casi come quello di Matteo Ascenzi, sebbene rari, sono fondamentali per migliorare le pratiche di prevenzione. Minelli ribadisce l’importanza di non demonizzare il consumo di pesce, che è un alimento ricco di benefici per la salute, ma di garantire che la sicurezza alimentare non si basi esclusivamente sulla cottura o sull’abbattimento termico. La gestione igienica della filiera e la qualità delle acque da cui provengono i prodotti ittici sono altrettanto cruciali. Mentre l’anisakis può essere controllato tramite il freddo, i virus richiedono una prevenzione ambientale e un rigoroso rispetto delle norme di igiene durante la manipolazione degli alimenti.

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