Secondo il cardiochirurgo Luigi Chiariello, esperto con un lungo percorso professionale e già docente all’Università di Roma Tor Vergata, l’errore principale nella complessa operazione che ha coinvolto un bambino di 2 anni a Napoli è stato legato alla conservazione del cuore trapiantato. L’intervento, avvenuto il 12 febbraio 2026, ha suscitato ampie discussioni, in particolare riguardo alla scelta dei medici di procedere con l’impianto di un organo che si presume fosse danneggiato.
Il caso del trapianto a Napoli
La vicenda del piccolo paziente ha attirato l’attenzione dei media e degli esperti del settore. Chiariello, che nel 2012 ha operato Papa Ratzinger, ha espresso il suo parere sulla questione, sottolineando come la conservazione del cuore sia stata effettuata in modo inadeguato. “Il cuore è stato inviato conservato con ghiaccio secco, una prassi non corretta”, ha dichiarato. Questo errore iniziale ha sollevato interrogativi sulla decisione successiva dei chirurghi di procedere con l’impianto. Secondo Chiariello, i medici potrebbero aver agito in base alla mancanza di alternative valide, una situazione che ha reso la scelta ancora più complessa.
Le dinamiche dell’intervento chirurgico
Nella prassi chirurgica, i protocolli degli ospedali prevedono che, nel momento in cui un cuore è in arrivo per il trapianto, il paziente ricevente venga già preparato per l’intervento. Chiariello ha spiegato che, nel caso specifico, è probabile che il torace del bambino fosse già stato aperto al momento dell’arrivo dell’organo. Questo ha portato i chirurghi a dover prendere decisioni rapide e difficili. “Una volta che il cuore è arrivato, cosa avrebbero dovuto fare? Tornare indietro per dubbi sulla conservazione? Interrompere l’intervento? Quale sarebbe stata l’alternativa?”, ha aggiunto Chiariello, ipotizzando che i medici abbiano ritenuto più sicuro impiantare il cuore piuttosto che richiudere il bambino senza avere un’altra opzione disponibile.
La comunicazione con i familiari
Un aspetto cruciale sollevato dal cardiochirurgo riguarda la comunicazione con i familiari del piccolo paziente. Chiariello ha affermato che i medici avrebbero dovuto spiegare ai genitori le ragioni della scelta effettuata, evidenziando che si trattava della soluzione meno rischiosa in quel momento. La difficoltà nel trovare un cuore di un bambino, considerando che il donatore deve essere un bimbo deceduto per altre cause, rende la situazione ancora più delicata. “I chirurghi hanno cercato di fare il meglio possibile in una situazione critica. È possibile che non avessero neanche la certezza che la conservazione fosse stata eseguita male”, ha concluso Chiariello, lasciando aperti interrogativi sulle decisioni prese in sala operatoria.
