Un nuovo studio ha messo in evidenza come un farmaco già in uso per la fibrosi cistica potrebbe aprire nuove strade terapeutiche per i pazienti affetti dalla sindrome del QT lungo di tipo 2 (LQT2), una condizione cardiaca ereditaria che aumenta il rischio di arresto cardiaco. I risultati dello studio, condotto da ricercatori italiani, sono stati pubblicati il 25 settembre 2026 sulla rivista European Heart Journal. La ricerca ha coinvolto la somministrazione di lumacaftor e ivacaftor a pazienti portatori di varianti specifiche del gene Kcnh2, responsabili del funzionamento del canale del potassio hErg, essenziale per l’attività elettrica cardiaca.
Dettagli della ricerca
Il progetto, denominato Mast2, è stato coordinato da Lia Crotti e Peter Schwartz dell’Irccs Istituto Auxologico Italiano. Sono stati reclutati 16 pazienti adulti con sindrome del QT lungo e specifiche varianti del gene Kcnh2, che causano un difetto di ‘trafficking’, impedendo così alla proteina mutata di raggiungere la membrana cellulare. I pazienti hanno ricevuto un trattamento di sette giorni in ambiente ospedaliero, durante il quale sono stati sottoposti a monitoraggio elettrocardiografico continuo.
I risultati hanno mostrato che il trattamento non solo era sicuro, ma ha anche portato a una significativa riduzione dell’intervallo QT, un indicatore cruciale per valutare il rischio di aritmie. La terapia ha dimostrato di essere particolarmente efficace nei pazienti con un intervallo QT corretto iniziale più lungo, che rappresentano un gruppo ad alto rischio di aritmie e quindi necessitano di ulteriori opzioni terapeutiche.
Innovazione e approccio terapeutico
Il valore di questo studio risiede nella combinazione di ricerca di base, medicina traslazionale e sperimentazione clinica. Gli autori spiegano che il trial rappresenta un approccio terapeutico innovativo, basato sul meccanismo molecolare della malattia. La strategia è stata testata anche su modelli cellulari, con la creazione di cardiomiociti derivati da cellule staminali pluripotenti indotte. Questi modelli sono stati utilizzati per analizzare come il farmaco influisca sul canale del potassio hErg, confermando le risposte cliniche osservate.
Lia Crotti, direttrice della Scuola di specializzazione in Medicina dello sport e dell’esercizio fisico dell’Università di Milano-Bicocca, ha sottolineato l’importanza di questa ricerca, evidenziando che è il primo trial clinico a valutare parallelamente i risultati sperimentali e clinici. Questa concordanza tra risultati cellulari e clinici offre la possibilità di sviluppare strategie terapeutiche specifiche per alcune aritmie ereditarie.
Scelte strategiche nella ricerca
La decisione di utilizzare lumacaftor, un farmaco già approvato per la fibrosi cistica, è stata motivata dalla ricerca di nuove opzioni per i pazienti con sindrome del QT lungo che non rispondono alle terapie tradizionali. Peter Schwartz, direttore del Centro per lo studio e la cura delle aritmie cardiache di origine genetica, ha spiegato che la scelta di molecole già utilizzate clinicamente garantisce un profilo di sicurezza maggiore.
La ricerca ha avuto inizio nel 2018, quando i ricercatori hanno osservato che lumacaftor poteva correggere il difetto nelle cellule cardiache di pazienti con LQT2. La sperimentazione clinica, avviata dopo aver confermato la sicurezza del farmaco, segna un’importante svolta nella lotta contro questa malattia.
Collaborazione e sostenibilità della ricerca
Lo studio Mast2 è il risultato di un lungo percorso di ricerca, iniziato 15 anni fa a Pavia in collaborazione con Singapore. Massimiliano Gnecchi, professore associato di Cardiologia all’Università di Pavia, ha evidenziato come l’utilizzo di cardiomiociti derivati da cellule staminali pluripotenti indotte abbia permesso di identificare lumacaftor come potenziale strategia terapeutica. L’obiettivo è stato quello di rendere sicuro il passaggio dai risultati di laboratorio a un’applicazione clinica.
La ricerca è stata finanziata dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e ha visto la partecipazione di diverse istituzioni, tra cui l’Istituto Auxologico Italiano, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo e l’Università degli Studi di Pavia. Questo progetto non solo offre nuove prospettive terapeutiche, ma rappresenta anche un esempio di come la collaborazione tra istituzioni possa portare a progressi significativi nella medicina.
